Siamo convinti che oggi siano sempre meno le persone che conoscono le vedute antiche di Treviso. L'ultima mostra sul tema risale al 2011 ed oggi non ci sono più i negozi che avevano in vetrina stampe antiche di Treviso: noi abbiamo chiuso in quello stesso anno, per aprire nel 2012 www.venditastampeantiche.com; nel 2024 ha chiuso la bottega della Signora Garbisi, l'altro storico riferimento per le vedute antiche di Treviso.
Pertanto, passeggiando la sera è persa l'occasione di vedere nelle vetrine raffigurazioni antiche della città, venendo meno pian piano la consapevolezza di come fosse mostrata anticamente Treviso.
Questa pagina vuole fornire una traccia ed essere un supporto, anche attraverso la bibliografia elencata in coda, per stimolare la curiosità della ricerca a tutti coloro che ignoravano come Treviso avesse una propria storia iconografica e desiderino approfondire il tema o semplicemente gustarsi qualche immagine tra tutte quelle che rientrano tra le vedute antiche di Treviso a stampa.
Prime fantasiose vedute antiche di Treviso
La prima raffigurazione a stampa che si associa a Treviso è una piccola xilografia (circa 6 x 8 cm) che mostra una città protetta da mura merlate dietro le quali svettano pochi edifici addossati uno all'altro ed alcune torri e campanili. Una loggia è la sola costruzione fuori le mura, le quali si aprono tramite una porta ad un contado ricco di alberi.
Se non fosse per il titolo e per il testo, all'interno del quale la raffigurazione è collocata, i quali indicano espressamente Treviso, non potremmo dire che questa sia la prima veduta antica della città, non riuscendo a riconoscerla.In effetti, la xilografia, assieme a numerose altre, tutte diverse, ma costruite secondo una impostazione medievale comune, impreziosisce il Supplementum Chronicarum dell'erudito monaco Jacopo Filippo Foresti da Bergamo (1434 – 1520), detto anche più brevemente “il Bergomense”. Il Supplementum è un lungo racconto della storia del mondo dalla Genesi fino ai tempi del Foresti, organizzato in ordine cronologico dapprima in 15 capitoli. Ebbe un successo enorme conoscendo, dopo la prima edizione con testo latino del 1483, ripubblicazioni per quasi un secolo. Tale diffusione fu certamente favorita dalle numerose illustrazioni che, a partire dalla terza edizione del 1486, furono aggiunte, compresa la veduta antica di Treviso.
L'intuizione di fondere testo ad immagine avvalendosi della nuova arte della stampa fu certamente la dimostrazione della capacità di adeguarsi alla modernità del Foresti, ma il formato ridotto della grande maggioranza delle rappresentazioni testimonia la subordinazione ancora totale dell'apparato figurativo al testo.
Non vogliamo qui fare l'analisi di quali e quante vedute di città fossero aderenti al reale, né perché le medesime xilografie mostrino città diverse, né perché le medesime città siano descritte nelle varie edizioni con immagini differenti. Basti dire che Treviso fu associata a quattro xilografie, la più comune delle quali è quella precedentemente descritta, altre due appaiono sporadicamente ed una quarta è stata scoperta da una collezionista solamente negli anni 2010, dimostrando come non sia stato già tutto scritto circa le vedute antiche di Treviso.
Toni Basso nel 1992 ha argomentato l'idea che nella più adoperata tra le xilografie di Treviso del Supplementum Chronicarum vi siano alcuni elementi aderenti al reale, in particolare la loggia fuori le mura potrebbe essere la Loggia dei cavalieri ed il palazzo merlato che appare collegato alla torre di sinistra dietro la quale sventola lo stendardo cittadino sarebbe il Palazzo dei Trecento.
La sua analisi non ha avuto molto seguito e per quanto ci riguarda siamo scettici, ma come vedremo anche nella prossima veduta antica di Treviso, il tentativo di trovare un legame tra elementi della raffigurazione standardizzata ed edifici o simboli della città sarà sempre presente.
Infine, entrando nello storico cinema Edera, si troverà nella parete frontale all'ingresso, dove vengono lasciati i fogli di presentazione dei film in programma, una gigantografia di una delle immagini di Treviso adoperate dal Foresti.
L'anno dopo la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo fu edita a Norimberga un'altra Cronaca. Si tratta ancora di un libro che affonda le radici nelle cronache manoscritte medievali, raccontando della Storia del Mondo organizzata secondo la divisione agostiniana in sette età, con le prime cinque che coprono da Adamo a Gesù e le altre due fino al Giudizio Universale.
Treviso ha la fortuna di essere tra le circa ottanta città in tutto ad avere una loro veduta, la quale rimane comunque ancora una visione fantasiosa. Le misure sono di circa 19 x 23 cm.
In primo piano è presente una piccola caracca; la città appare in collina, raccolta nelle alte mura merlate e con torri di varia forma; sulla sinistra spicca un possente campanile gotico e sul lato opposto la colonna piedistallo della statua del Patrono cittadino.
Ancora una volta, che questa sia la veduta antica di Treviso è indicato dal titolo “Tarvisium” (“Tervis” nella edizione tedesca) e dal testo che la accompagna nel quale si racconta della fondazione della città da parte dei Troiani, secondo il racconto del vescovo Siccardo da Cremona, fino alla tirannide di Ezzelino da Romano dal quale ottenne solo innumerevoli danni, passando per Totila, che qui pose la sede del suo regno e per re Alboino che avrebbe voluto saccheggiarla, se non fosse per l'intervento del Vescovo che la protesse.
Poiché tra le raffigurazioni di città inserite nel Liber Chronicarum ve ne sono una trentina che hanno aderenza col reale, per lo più città della Germania, si è pensato di poter identificare nel fiume il Sile, nella statua San Liberale, nel campanile San Nicolò.
Tuttavia, lo stesso intaglio fu adoperato per la città di Magdeburgo e di Parigi, dimostrando come nell'opera dello Schedel si sia ancora in una fase di illustrazione di concetto di città senza dettaglio, con i primi abbozzi di riconoscibilità solo per poche eccezioni.
Concludiamo questo capitolo con le prime fantasiose vedute antiche di Treviso con una nota che viene sempre riportata circa le illustrazioni del Liber Chronicarum dello Schedel.
Furono disegnate ed intagliate da Michael Wohlgemuth e dal suo collaboratore Wilhelm Pleydenwurff: poiché nella loro bottega in quegli anni si stava formando il giovane Albrecht Dürer, il buon senso spinge a ritenere che al Maestro possa essere stato affidato l'intaglio di qualche particolare o sezioni di alcune xilografie.Nel 1496 ad Augusta per l'importante editore Johann Schönsperger fu stampata un'edizione pirata, cioè non autorizzata dallo Schedel, del Liber Chronicarum, ridotta di formato e contenente legni copiati dall'originale, compreso quello con la veduta antica di Treviso. L'operazione fu replicata nel 1497 con il testo tradotto in latino, dall'iniziale tedesco, ed ancora nel 1500 sempre con testo tedesco.
Le xilografie di queste prime fantasiose vedute antiche di Treviso sono generalmente da rare a molto rare a trovarsi, fatta eccezione per quella grande della Cronaca di Norimberga che nel mercato antiquario capita con relativa maggiore frequenza. Hanno il pregio dei tanti secoli attraversati, provenendo e portando i crismi del Medioevo, tuttavia, non mostrando nell'immediatezza la città, il pubblico moderno preferisce altre stampe antiche, giungendo a queste solo in una fase collezionistica successiva.
Le Civitates e le vedute antiche di Treviso seicentesche
Non è questa la sede per raccontare dell'importanza delle Civitates Orbis Terrarum di Georg Braun (1541 – 1622) e Frans Hogenberg (1536 – 1590), a cui sono stati dedicati negli anni centinaia di studi. Basti dire che le Civitates sono la prima raccolta di raffigurazioni di città basate su fonti disegnate dal vivo. Articolate in sei volumi usciti nell'arco temporale 1572-1618, autonomi uno dall'altro tanto da avere titoli differenti ed aver conosciuto ripetute edizioni prima del completamento della collana (nel 1581 quando uscì il terzo volume, il primo contava già 7 edizioni, il secondo ne aveva 4), le Civitates Orbis Terrarum costituiscono nella storia delle rappresentazioni di città una pietra miliare, passaggio dal medioevo all'età moderna.
La veduta antica di Treviso appare inserita nel quinto volume, tradizionalmente datato 1598 e stampato a Colonia col titolo Urbium praecipuarum mundi theatrum quintum.Non si tratta più di una xilografia, ma di una incisione su rame, le cui misure sono di circa 49 x 37 cm quando il foglio sia intero. La specifica va fatta poiché Treviso occupa la metà inferiore della pagina, con Acquapendente in quella superiore, separate da un breve spazio nel quale si legge il testo “Ex archetypo Lodovici Toeput, delineavit et communicavit Georgius Houfnaglius”. In passato spesso il foglio veniva tagliato così da commercializzare autonomamente le due città, pertanto la sola veduta antica di Treviso misura circa 49 x 18 cm.
La città è mostrata da sud, tenendo il Terraglio subito a destra dell'osservatore. La strada si stringe prospetticamente fino a varcare le mura a porta Altinia. I tetti delle case si innalzano appena oltre la cinta muraria, mentre svettano i dieci edifici principali: otto chiese (San Teonisto, San Nicolò, Santa Maria del Gesù, il Duomo, Santo Stefano, San Martino, Santa Margherita, San Paolo) e due edifici laici, ossia la torre civica e palazzo Bressa, dimora di una famiglia molto in vista la cui imponente costruzione sorgeva nella attuale piazza Vittoria. Alcune di queste chiese oggi non esistono più o hanno cambiato uso: Santa Maria del Gesù è stata demolita, Santa Margherita sconsacrata, San Paolo trasformata. Lo sfondo è chiuso da alture arrotondate rappresentative delle “Alpi”.
In primissimo piano sono disegnate quattro figure, due dame signorilmente vestite, una con un cappello a tese larghe da cui scende un mantello, l'altra con un ventaglio di piume in mano; alle loro spalle vi è una popolana che porta dei viveri appesi ad una pertica ed un uomo armato di spada, plausibilmente collegati alle signore.
Il Terraglio è notevolmente frequentato, essendoci carrozze, carri, uomini a piedi, a cavallo e su muli, e vede sorgere unicamente due edifici lungo il suo percorso. Benché non indicati, si tratta del Lazzaretto (in un'altra veduta antica di Treviso di molto posteriore a questa le due case sono precisate come “Lazareto”, benché posizionate in diverso modo). La completa mancanza di altri edifici non è casuale. In effetti, quando nel 1508 gli eserciti dell'Impero, del Papa, di Spagna, Francia, Savoia, Ferrara e Mantova si coalizzarono nella lega di Cambrai contro la Repubblica di Venezia, invadendone l'entroterra veneto, furono fermati nel 1511 sotto le mura di Treviso, ultimo baluardo prima della città di San Marco. Il successo militare fu favorito dall'ingegnere idraulico Fra' Giocondo ed in un secondo momento dal capitano Bartolomeo d'Alviano i quali furono incaricati di rafforzare le difese trevigiane e una delle operazioni che il primo ordinò fu la creazione di una spianata di mezzo miglio per impedire agli assedianti di avvicinarsi al riparo di qualsiasi nascondiglio.
Il vuoto che si mostra in questa fondamentale veduta antica di Treviso non è pertanto un artifizio grafico per non frapporre ostacoli tra l'osservatore e la città, ma la descrizione di una realtà di fatto.
La grande novità delle Civitates è insita nella rappresentazione di centinaia di città di tutto il Mondo – “Orbis Terrarum” secondo il titolo, ma quelle non europee sono meno di trenta – disegnate come in realtà siano e non secondo fantasia.
Oggi sappiamo che la scritta “Ex archetypo Lodovici Toeput” dice il vero, giacché esiste un disegno a penna ed inchiostro bruno conservato a Parigi che fornisce il medesimo scorcio di prospetto di Treviso e che fu eseguito nel 1582 da Ludovico Toeput, più noto come Pozzoserrato, artista fiammingo, ma lungamente vissuto proprio a Treviso, fino a morirvi nel 1605. Tale disegno nel 1592 fu messo nella disponibilità di Georg Hoefnagel che lo reinterpretò – “delineavit et communicavit Georgius Houfnaglius” – secondo uno schema aderente alla finalità delle Civitates, ad esempio attraverso l'introduzione dei personaggi in primo piano voluti da Braun per proteggere dallo sguardo rapace dei Turchi iconoclasti le informazioni che offriva nella sua opera mettendo a nudo le formae urbium.
La diffusione delle Civitates Orbis Terrarum fu enorme tanto che per tutto il Seicento nelle opere dedicate ai viaggi o alla illustrazione di città i modelli ideati da Braun e Hogenberg divennero l'archetipo.
Per tale ragione Treviso appare sempre di prospetto, vista con gli occhi di un viandante che vi giunga da Venezia, con il Terraglio che, serpeggiando, conduce a porta Altinia e spesso percorso da un carro.
Il primo a farne una copia interpretata fu Pietro Bertelli (1571 ca. – 1621) raccogliendola nel suo Theatrum Urbium Italicarum, opera pubblicata a Venezia nel 1599. La sua semplificazione della veduta antica di Treviso resterà quasi immutata nei lavori di altri autori italiani.
Le misure sono di circa 19 x 13 cm, ben inferiori alla stampa antica delle Civitates; in effetti, il lavoro del Bertelli si rivolgeva ad un pubblico differente, decisamente meno elitario ed interessato solo alle città italiane, alcune delle quali non raffigurate nell'opera di Braun e Hogenberg, tanto da divenire queste l'archetipo di riferimento.L'opera del Bertelli conobbe riedizioni nel 1616, nel 1625 senza il testo posto nel retro del foglio e nel 1629 a cura del figlio Francesco. Le ristampe successive alla prima si riconoscono per una fessurazione della lastra visibile nei campi sotto le due casette. Inoltre, esistono degli esemplari attribuiti all'edizione di Francesco Bertelli del 1629 lievemente più piccoli (17 x 12,5 cm circa) nei quali l'assenza di una casina sulla estrema sinistra è l'aspetto che li rende riconoscibili. Se non fosse per la rottura della lastra, sembrerebbero derivare da un nuovo rame; ne esistono due varianti, una col titolo “Treviso” al centro, l'altra col titolo spostato a sinistra e l'aggiunta di una montagna nel lato opposto.
Del tutto analoghe all'incisione bertelliana sono le vedute antiche di Treviso che appaiono nelle numerose edizioni stampate in ambito veneto dell'Itinerario d'Italia di Francesco Scoto, grande successo editoriale del XVII secolo a cui abbiamo dedicato due pagine di approfondimento.
Furono curate da Francesco Bolzetta, Matteo Cadorin con l'erede, forse il figlio, Giacomo e Pietro Brigonci. Le prime due hanno le medesime dimensioni di circa 17 x 11 cm, ma si distinguono per la firma nell'angolo inferiore rispettivamente “Francesco Bolzetta for.” e “In Padova per Mattio Cadorin”, nonché per una maggiore ricchezza di dettagli, quali l'introduzione di numerosi alberelli nei campi in quella del Cadorin, la quale in più tratti sembra una rielaborazione della medesima lastra del Bolzetta.Le aggiunte estetiche furono mantenute anche nella terza raffigurazione di Treviso, la quale tuttavia si riconosce immediatamente per la forma quadrata, misurando 12 x 13 cm, per l'assenza della firma e per lo spostamento del leone marciano a sinistra del titolo.
Benché in questo capitolo l'orizzonte temporale sia il XVII secolo, è necessario spingersi nei primi del Settecento per completare la panoramica, in quanto vi troviamo altre vedute antiche di Treviso che discendono dal modello delle Civitates, sia filtrato dal Bertelli, sia non filtrato.
Il libro è in due volumi ed è dedicato a tutto ciò che spetta alla Geografia; nasce come compendio di una mai stampata ciclopica fatica che avrebbe dovuto elencare tutte le opere edite fino al 1700, divise per materia, lingua, forma ed edizioni.
Nel foglio la stampa antica di Treviso misura circa 17 x 12 cm, è inserita nel testo relativo alle parole inizianti per TA ed ha la peculiarità di avere una rosa dei venti con invertito Ponente con Levante.
Generalmente le incisioni che appaiano nell'opera del Varea sono di seconda mano, ossia ottenute dal riuso di rami già apparsi in lavori di altri autori pubblicati in area veneta. Non sembra di tal fatta Treviso, essendo troppe le differenze con le stampe antiche già menzionate, benché vi siano varie affinità; inoltre appaiono due aggiornamenti significativi: per la prima volta porta Altinia ha il nome indicato e la torre civica ha il tetto a cipolla e non spiovente, come in effetti era.
Sembra, dunque, almeno per Treviso un lavoro più accurato di quanto a prima vista non appaia.
L'opera del Varea venne ristampata nel 1716 da Vincenzo Maria Coronelli col titolo modificato in Regnorum, provinciarum, civitatumque ac quorumque locorum orbis terrarum nomina latina; anche in questa seconda edizione dovrebbe essere presente la stessa stampa antica di Treviso.
Inoltre, in una collezione privata è conservato un esemplare privo di testo al verso sulla cui origine ancora nulla si conosce.
Molto ci sarebbe da dire sulla genesi del Nouveau Theatre d’Italie di Pierre Mortier (1661 – 1711) del 1704 all'interno del quale è inserita una bella veduta antica di Treviso, la più vicina, tra quelle fin qui incontrate e le prossime, al modello delle Civitates, ad iniziare dalle dimensioni, misurando 50 x 21 cm circa.
Riassumendo, il Nouveau Theatre d’Italie affonda le radici nel progetto della celebre famiglia Blaeu, attiva ad Amsterdam, di pubblicare una collana con vedute di città che superasse per bellezza e completezza l'allora inarrivabile Civitates Orbis Terrarum di Georg Braun. Il proposito impegnò Joan Blaeu per anni nella seconda metà del Seicento, tra difficoltà di varia natura, tanto che fu realizzato solo limitatamente ad alcune sue parti. Nel 1672 un disastroso incendio distrusse l'officina cartografica di casa Blaeu ponendo fine non solo a qualsiasi prosecuzione ulteriore, ma anche all'officina cartografica stessa.
Alla vendita all'asta di ciò che si era salvato partecipò anche Pierre Mortier, il quale decise di rimettere in moto il progetto, limitandolo all'Italia.
Incise le lastre mancanti, pubblicò tutto il materiale nel 1704 raccolto nei quattro volumi del suo Nouveau Theatre d’Italie. Vent'anni dopo per volere degli eredi ne fu fatta una seconda edizione stampata dall'Alberts, nel cui frontespizio si legge Novum Italiæ Theatrum sive accurata descriptio ipsius urbium, palatiorum, sacrarum aedium.
In origine il foglio assembla Treviso con Verona, e non con Acquapendente come nelle Civitates, ponendo questa sopra a quella, dividendole con un'unica riga nera. È frequente che le due città si trovino separate, sicché il margine superiore del foglio con Treviso risulta minore degli altri. Nel cielo sono visibili alcuni segni di fessurazione del rame, che cominciano molto evidenti nella parte con Verona, forse causati dal calore dell'incendio del 1672, che dimostrerebbero come la lastra fosse già stata intagliata nell'officina Blaeu, benché mai stampata in attesa di completare le incisioni mancanti al progetto.
Nella seconda edizione dell'opera curata da Rutgert Christoffel Alberts e stampata nel 1724 a l'Aja, questa stampa antica di Treviso appare nuovamente con la sola modifica della precisazione in basso a destra sull'editore che da un “se vend a Amsterdam chez Pierre Mortier Avec Privil.”, diviene un più laconico “A La Haye Chez R. A. Alberts”.
Una notevole semplificazione, giustificata anche dalle misure ridotte, ma al contempo un apparente leggero innalzamento del punto di vista dell'osservatore rispetto alle Civitates Orbis Terrarum si trova in tre vedute antiche di Treviso, tutte da molto rare ad introvabili.
Hanno tutte e tre il Terraglio che entra nella scena da sinistra ed è percorso da un carro posto in primo piano nell'angolo; la città ha una forma più tridimensionale, lievemente curva, tanto da poterci “guardare dentro”. Come sempre, spiccano sproporzionati una decina tra campanili e torri, non tutti abbinabili a quelli che spiccano nell'incisione dell'Hoefnagel. La derivazione è indubbia, ma lo è altrettanto la sommarietà e l'imprecisione dell'ispirazione.
Per prima citiamo la veduta antica di Treviso inserita in Raccolta de le più illustri et famose città di tutto il mondo di Francesco Valegio (1560 ca. – 1650 ca.) in quanto ha giocato un ruolo evidente d'ispirazione per almeno una delle altre due ed in quanto tradizionalmente collocata nelle bibliografie per prima, essendo datata alla fine del XVI secolo, ma in realtà più probabilmente da collocarsi all'inizio del Seicento. In effetti, l'opera ebbe una gestazione complessa nel tempo e non lineare, con i suoi albori individuati al 1572, ma presa in mano e sempre più ampliata dal Valegio posteriormente al 1580. L'aggiunta dell'incisione di Treviso, le cui misure sono di 13 x 8 cm, va ipotizzata, derivando dal modello delle Civitates, nei primi anni del Seicento o poco dopo.L'incertezza deriva dalla mancanza di un luogo di edizione (comunque Venezia) e di un anno nei non molti volumi che ci sono giunti ed in quei pochi che occasionalmente passano nel mercato antiquario.
Ancora più introvabile e chiaramente derivata dall'incisione del Valegio, ma con una qualità incisoria abbastanza modesta, è la veduta antica di Treviso di Jan Faber il giovane del 1610 facente parte del Paradisus Deliciarum di Hieronymus Megiser. La firma dell'autore appare nell'angolo inferiore destro; la grandezza è di 12 x 7,5 cm circa. Si tratta di una stampa antica scoperta solo in tempi recenti, tanto da essere catalogata in un'unica bibliografia e da essere conosciuta in un esemplare conservato presso una collezione privata.
Più comune, pur rimanendo di difficile reperibilità, è la bella acquaforte di Treviso (16 x 12 cm circa le misure) raccolta in Viaggi del P. Coronelli del 1697 del noto frate francescano Vincenzo Maria Coronelli (1650 – 1718), autore dei celeberrimi globi di quattro metri di diametro costruiti per Luigi XIV e fondatore a Venezia dell'Accademia degli Argonauti, nata come prima società geografica della storia, ma divenuta ben presto una associazione di sottoscrittori che si impegnavano ad acquistare le opere dell'uomo di Chiesa. Tendenzialmente dimenticato nel XVIII secolo ed in quello successivo, Vincenzo Maria Coronelli è stato riscoperto nel Novecento, acquisendo il ruolo di cartografo ed editore di mappe tra i più importanti in Italia e nel Veneziano in particolare. Ebbe una produzione vasta, ma priva di organicità, tanto che non risulta semplice associare con certezza i suoi lavori ad un libro o atlante e quindi ad una datazione. Ad esempio la veduta antica di Treviso oltre alla già citata opera, fu acclusa nella Repubblica di Venezia in terra ferma del 1708.Esistono altre vedute antiche di Treviso seicentesche che derivano dalle Civitates, ma che non rientrano nei filoni descritti.
Peculiare è quella comunemente indicata di Daniel Meisner (1585 – 1625), benché costui sia solo l'autore dei versi che accompagnano l'incisione. Effettivamente il Thesaurus Philo-politicus è un'opera che mette insieme scorci di città con fantasiose scene che riassumono i versi del poeta boemo Meisner in curioso connubio che non avrà eguali.Le pubblicazioni del Thesaurus Philo-politicus ebbero inizio a Francoforte sul Meno da Eberhard Kieser nel 1623 incontrando subito un gran successo di pubblico e spingendo l'editore a proseguirne lo sviluppo negli anni a seguire, anche dopo la morte nel 1625 di Meisner, il quale comunque lasciò all'editore e socio una mole di versi sufficiente, terminata la quale Kieser si appoggiò ad altri due autori. Tuttavia l'intera opera continuò a portare il nome di Meisner.
Treviso apparve nel 1627 in quanto la sua stampa antica si trova nel primo capitolo del secondo volume che raccoglie le vedute pubblicate negli anni 1627 – 1631.
La discendenza della veduta antica di Treviso da quella di Hoefnagel è evidente, con la curiosità di inserire lungo il Terraglio non il solito carro, ma quel militare con la spada che nelle Civitates è in primo piano. Tuttavia Treviso è solo un paesaggio di sfondo alla rappresentazione di due figure che, presso una fontana, lavano un nero. La scena è accompagnata dal motto latino, che riassume la breve favola di Esopo “Il moro”, “Qui lavat Aethiopem frustra facit omnia: Sic qui Erudijsse cupit stupidum, spem ludit inanem.” (Chi lava un Etiope, farà tutto inutilmente: allo stesso modo chi cercherà di rendere edotto uno stupido, coltiverà una speranza vana). Subito sotto diviso in due colonne vi è la traduzione in tedesco.
In alto la lastra oltre il bordo ha il titolo “Aethiopem lavas”, mentre entro il riquadro si cita Treviso come “Tarvisio in Italia”, riprendendo il “Tarvisi” delle Civitates e generando oggi qualche errata associazione con la città friulana.
Non sappiamo chi abbia effettivamente inciso la lastra, le cui misure sono di circa 15 x 10 cm, non essendoci una firma; probabilmente uno degli intagliatori che collaboravano con Eberhard Kieser, il quale incise personalmente alcuni degli 830 rami complessivi, avvalendosi della collaborazione tra gli altri di Sebastian Furck, Georg Keller, Johann Eckard Löffler e il più conosciuto Matthias Merian il Vecchio.
Dopo la morte dell'editore Kieser nel 1631, le matrici furono acquisite da Paulus Fürst, editore di Norimberga, il quale le riorganizzò e ristampò raccolte nella Sciographia Cosmica, libro del 1637 – 1638 suddiviso in otto capitoli ciascuno con 100 stampe antiche. Treviso fu inserita come trentesima tavola nell'ottava parte, come si evince dall'aggiunta in alto a destra di H30, dove “H”, ottava lettera dell'alfabeto, indica il capitolo e 30 la numerazione progressiva.
A distinguere il primo stato di Kieser dal secondo di Fürst vi è anche l'aggiunta del leone marciano sempre nell'angolo superiore. Questa versione della veduta antica di Treviso del Meisner è più facile da trovare; in effetti, l'opera fu ristampata nel 1678 dalla vedova di Fürst ed ancora nel 1700 dal libraio di Norimberga Rudolf Johann Helmers.
Si tratta della stampa antica più vicina al disegno del Toeput, grazie ad una delicatezza di segno con cui si rende il paesaggio attorno alla città e tutto l'ampio cielo attraversato da vaghe nuvole. Due figure nell'ombra godono dell'amenità del luogo, catturando l'attenzione. Oltre le mura si estende Treviso secondo l'abituale modello, con la curiosa inversione dei nomi di quattro chiese: San Paolo e Santa Margherita sono collocate rispettivamente al posto di San Nicolò e San Teonisto.
Questa è la prima stampa antica di Treviso ove il titolo “Tarvisi” sia inserito entro un cartiglio, per quanto semplice, di certo discendente dalle cartelle che si disegnavano nelle carte geografiche dell'epoca delle quali Jodocus Hondius era il primo e più rilevante stampatore.
La Nova et accurata Italiae hodiernae descriptio conobbe una seconda edizione pubblicata a Leida nel 1627.
Vedute antiche di Treviso settecentesche e ottocentesche
Se nel Seicento c'è stata una considerevole produzione di vedute antiche di Treviso, del Settecento non si può dire la stessa cosa. Oltre a quelle del Varea e del Mortier di cui abbiamo già scritto, essendo legate alla raffigurazione di Georg Hoefnagel contenuta nel volume delle Civitates Orbis Terrarum, nel XVIII secolo incontriamo solo delle vedute in pianta, delle quali diremo nel prossimo capitolo, ed una bellissima, quanto purtroppo rara, incisione disegnata ed intagliata da Marco Sebastiano Giampiccoli (1737 – 1809), al quale abbiamo dedicato una pagina di approfondimento.
Apparsa in principio nel 1783 all'inizio del libretto Notizie istorico-geografiche appartenenti alla città di Treviso ed alla sua Provincia con la carta della città in prospetto, edito a Belluno, la “Urbis Tarvininę Prospectus” è una suggestiva veduta antica di 45 x 35 cm con Treviso mostrata da mezzogiorno, ma in posizione molto più avanzata rispetto alle Civitates, essendo l'osservatore posto lungo il Terraglio, poco esterno a porta Altinia. Sull'angolo di sinistra all'ombra di un grosso albero che chiude quel lato si vede una dama seduta con un giovane disegnatore intento a ritrarre la città, il cui stemma emerge dal basso nel centro circondato da uomini a cavallo e due figure con cani. La strada è percorsa da altri personaggi, tra chi spinge i propri armenti, chi trasporta derrate, chi persone.Il punto d'osservazione così avanzato permette di cogliere diversi particolari, quali i leoni marciani inseriti nelle mura cittadine, quali i pilastri all'imbocco del ponte prima della porta, quali le facciate di alcuni edifici come palazzo Bressa e sulla destra quello che pare l'attuale palazzo Giacomelli, quale la copertura del tetto della torre civica di piazza dei Signori. Anche i campanili delle chiese sono più dettagliati in rapporto alle produzioni precedenti, testimoniando una conoscenza dei luoghi, se non un disegno fatto in loco.
Sempre nelle incisioni del Giampiccoli troviamo una dedica esplicita posta nella parte inferiore: in questa veduta antica di Treviso è al patrizio trevisano Guglielmo de Vonico.
La lastra venne riadoperata dal Giampiccoli in altre occasioni, posta all'interno di raccolte su vedute di città venete e non, pubblicate senza data, né luogo di stampa alla fine del Settecento, anche inserendola in una ampia cornice, incisa da Antonio Novelli, con allegorie di Venezia, putti, ritratti di Dogi e fantasiosi elementi fitomorfi.
Come nel Settecento abbiamo un'unica veduta antica di Treviso, allo stesso modo nell'Ottocento si colloca una sola stampa antica col prospetto della città, che mai abbiamo avuto e solo qualche volta visto.
Si tratta della grande litografia (86 x 25 cm circa) disegnata da Marco Moro (1817 – 1885) e dedicata al Presidente della Camera di Commercio Giuseppe Vittorelli. Fu posta in vendita come foglio sciolto collegato alla seconda edizione di Treviso e la sua Provincia figurato in 24 Vedute Litografiche, opera stampata a Venezia da Giovanni Brizeghel nel 1853, la quale incontreremo pure nel prossimo capitolo.
La rappresentazione è sempre da sud, ma Treviso non appare in tutto il suo sviluppo, estendendosi in quella parte realmente visibile dal punto di osservazione che va dal campanile di San Teonisto fino al baluardo del gasometro, in parte coperto dagli edifici della nuovissima stazione ferroviaria. Ora non svettano più solo i campanili e la torre della città, ma anche i fumi delle ciminiere e del treno, appena partito, che celebrano la modernità dei tempi. Perfettamente al centro, rialzato rispetto alla campagna, troviamo un belvedere in ferro presso cui si sta recando una fanciulla per ammirare il nuovo e dinamico paesaggio protoindustriale.
Scorci antichi di Treviso
Fino a questo momento abbiamo incontrato raffigurazioni che, fantasiose o meno, illustrano Treviso nella sua totalità. Nessuno aveva sentito il bisogno di mostrarne qualche scorcio o singolo edificio ed in effetti, nelle diverse Descrizioni, Viaggi, Raccolte, Teatri non ve ne sarebbe stato bisogno. L'unica opera che avrebbe potuto giustificare uno scorcio, e per poche città vi provvide, è l'Itinerario dello Scoto.
Invece, la prima veduta a stampa di un edificio trevigiano fu realizzata da Vincenzo Maria Coronelli, francescano che abbiamo già conosciuto, per il suo libro Viaggi del P. Coronelli del 1697.
L'incisione misura 20 x 13,5 cm. Rimarrà, prima delle pubblicazioni ottocentesche, una tra le poche che abbia come soggetto un edificio di Treviso.
La facciata del Vescovado appare ricca ed elegante; sono riconoscibili le due torri merlate di cui oggi rimane parte di quella di sinistra, essendo l'altra stata inglobata negli ampliamenti successivi. Viene disegnata parte del Duomo così come era prima dei pesanti mutamenti che trasformeranno in neoclassico il suo fronte.
Nel basso troviamo gli stemmi di Treviso e del Vescovo Sanudo che affiancano un semplice riquadro col titolo “Prospetto del Palazzo Vescovale di Trevigi ristaurato ed ampliato da Monsignore Sanudo nel 1696”.
Citiamo, in quanto descritti in alcune bibliografie, due scorci antichi di Treviso, vere chimere. Non abbiamo mai avuto occasione di vederli, né conosciamo collezionista che possa vantare di possederli. In essi è evidente la differenza tra un lavoro artistico ed uno artigianale, soprattutto in quello relativo al Vescovado.
Il disegno e l'incisione di entrambi furono eseguiti da Luca Carlevarijs (1663 – 1730) ai primi del Settecento. Il Carlevarijs è stato il primo incisore del fortunato periodo del vedutismo veneziano che caratterizzerà tutto il XVIII secolo veneziano.
I due scorci antichi di Treviso concernono il “Vescovado di Treviso acresciuto et adornato da Monsig. Vescovo Sanudo” ed il “Seminario di Treviso acresciuto et adornato da Monsig. Vescovo Sanudo”. Il primo misura 45 x 26,5 cm ed ha il medesimo punto di vista frontale usato dal Coronelli, ma una ricchezza di dettagli, una vivacità, una profondità, un gusto incomparabilmente superiore.
Il secondo ha le medesime dimensioni e qualità. Descrive il Collegio dei Padri Somaschi, costruito accanto alla chiesa di Sant'Agostino, nell'incisione parzialmente visibile, nel 1598. Il collegio fu per circa due secoli la scuola umanistica di Treviso, propedeutica all'università. Quando Carlevarijs eseguì l'acquaforte, nell'edificio aveva sede anche il Seminario Diocesano, da cui deriva il titolo che egli inserì nel basso della stampa antica, prima di essere spostato a metà di via Manzoni.
A metà del Settecento venne pubblicato quello che è tra i più comuni scorci antichi di Treviso: un quartetto di vedute inserite in una unica incisione di autore anonimo (la tradizione vorrebbe sia Francesco Zucchi, ma nulla testimonia a favore) stampate a Venezia da Giambattista Albrizzi nel 1753 all'interno del XX volume di Lo Stato presente di tutti i Paesi, e Popoli del Mondo naturale, politico, e morale collana che comunemente si attribuisce al Salmon in quanto i volumi dell'Albrizzi sono la traduzione in italiano del “Modern History: or, the Present State of all Nations” di Thomas Salmon, lavoro che apparve tra il 1725 e il 1739 a Londra in 32 volumi.
Il disegno del Duomo è uno sviluppo del lavoro del Carlevarijs e mostra l'edificio nello stile romanico che ha mantenuto fino alla trasformazione avvenuta a cavallo tra Sette ed Ottocento nella chiesa attuale. Accanto vi è il prospetto di palazzo Brescia, animato da figure e carrozza. La famiglia Battignoli era originaria della città oggi lombarda, da cui il nome del palazzo, maggiormente indicato con un più veneto Bressa. Sorgeva nell'attuale piazza Vittoria ed era il più fastoso di tutta Treviso; il progressivo declino della famiglia portò alla vendita ed in seguito alla demolizione dell'edificio di cui rimane memoria in questo scorcio antico.
Anche la veduta del palazzo dei conti Pola è il documento di una Treviso che non c'è più. Costruito nel Quattrocento per volere della famiglia Pola stabilitasi in città, era di dimensioni prestigiose con la facciata percorsa da due loggiati ad otto archi. Nel 1841 la famiglia si estinse e nel 1870, demolito il palazzo, si costruì l'attuale per molti anni sede della Banca d'Italia.
La raffigurazione del Vescovado riprende quella del Carlevarijs, con l'unica riscrittura in un linguaggio sbrigativo dell'animazione della piazza antistante.
Esiste una contraffazione pubblicata a Napoli di questa stampa antica con quattro scorci antichi di Treviso. Venne inserita nel 1759 nel XX tomo dell'edizione pirata di Lo Stato presente di tutti i Paesi, e Popoli del Mondo naturale, politico, e morale curata dal 18° volume da Vincenzo Mazzola e suo zio materno Angelo Vocola. Il rame fu intagliato da Francesco Sesone o da Francesco Cepparuli (il secondo spesso firmava FC, ma ciò non permette, non essendoci sigle nella stampa antica, di accertare l'attribuzione al primo). La copia dall'incisione edita a Venezia è lampante, con un leggero restringimento nei lati delle quattro vedute e una semplificazione dei personaggi che le animano. Su tutto spicca la inferiore qualità dell'intaglio e della carta adoperata; una riscrittura dei titoli priva di regolarità e l'inserimento del numero di pagina 67 laddove vi era Tom. XX.
Tutto ciò detto, va evidenziato come gli scorci antichi di Treviso stampati a Napoli siano grandemente più rari dell'analoga stampa antica stampata a Venezia.
Della massima rarità è anche lo scorcio antico dell'attuale borgo Mazzini ideato ed inciso da Marco Sebastiano Giampiccoli, alla fine del Settecento.
Della misura di 31 x 20 cm, è la sola stampa antica che mostri questa area di Treviso, chiusa sullo sfondo da porta San Tommaso e aperta sulla destra verso borgo Cavalli. Di grande profondità e molto animata, è interessante in quanto in primo piano, dove borgo Giuseppe Mazzini si allarga prima di diventare piazza Matteotti, appare la chiesa della Madoneta, sovrastata dalla fila di case che la rendono di grandezza contenuta; venne demolita nel 1810. Sulla destra fa capolino un campanile: è della chiesa di San Tommaso, sconsacrata nel 1807 per essere in seguito ampiamente manomessa e nel 1962 distrutta. Il titolo “Viae Tarvisinae Vulgo D. Thomae Prospectus * Borgo S. Tommaso in Trevigi” rimembra che questo era il quartiere di San Tommaso, in ricordo dell'Arcivescovo di Canterbury Tommaso Becket.
Con la fine dell'Ancien Régime e l'avvento di Napoleone, unitamente ad una serie di invenzioni tecnologiche, quali la litografia o l'incisione su legno di testa, accanto alla fotografia, si ebbe un radicale mutamento nella clientela e nelle offerte editoriali.
Con l'Ottocento la nuova borghesia desiderava vedere il proprio angolo di città e non Treviso nel suo insieme, pertanto si ebbe una crescita esponenziale delle rappresentazioni con scorci di Treviso ed un crollo delle vedute della città.
Non possiamo qui elencare e descrivere tutti gli scorci che furono fatti, alcuni rarissimi, altri assai comuni. Esistono libri che ci si sono dedicati. Ci limiteremo ad accennare ad alcuni tra quelli più significativi per bellezza compositiva od importanza intrinseca loro o del loro autore, con un occhio anche alla reperibilità sul mercato.
Giovanni Domenico Sfacchiotto è il disegnatore di un progetto mai portato a termine che prevedeva la realizzazione di sei scorci antichi di Treviso stampati su fogli della misura di circa 35 x 43 cm. Ne furono realizzati due, incisi all'acquaforte ed acquatinta da Giuseppe Bortignoni e stampati nel 1807, il primo con la “Veduta di San Ertien sobborgo della città di Treviso”, l'altro con il “Ponte di Santa Margherita”. Restarono irrealizzati la “Riviera del Sile verso lo Spedale”, il “Prospetto di Trevigi dalla parte di Selvana”, il “Corso de SS. Quaranta” ed il “Passaggio verso la Fiera”. Evidentemente i gusti della gente o il tipo di cultura di coloro che avevano le disponibilità per sottoscrivere l'abbonamento a tutte le stampe antiche non ne riconoscevano l'immagine di Treviso.
L'unica che abbiamo avuto modo di vedere è quella del sobborgo di Sant'Artemio, due chilometri a nord delle mura cittadine, cresciuto attorno alla Pontebbana percorsa da carrozze, calessi e figure a piedi vestite secondo la moda francese imperante all'epoca; la costruzione sulla sinistra in secondo piano è villa Felissent, sul lato opposto si riconoscono i pilastri del giardino di villa Regina Margherita il cui edificio è nascosto dalla costruzione in primo piano.
La stampa antica è dedicata al Cavaliere Giuseppe Casati, prefetto del Dipartimento del Tagliamento ed è della massima rarità, restandone tra collezioni private e pubbliche meno delle dita di una mano.
Ancora più introvabile è la veduta del ponte di Santa Margherita sul fiume Sile in Treviso, ove il ponte, risalente al 1613, appare più arcuato di quello odierno (fu rifatto nel 1852) per consentire il passaggio alle imbarcazioni che risalissero il Sile, alcune visibili ancorate al porto fluviale trevisano, posto di fronte all'uscita della via che fiancheggia l'attuale università, una volta vecchio ospedale, dove nell'Ottocento sorgeva ancora l'edificio del dazio, abbattuto nel 1834.
Riviera Santa Margherita è percorsa da carrozze e figure vestite alla moda francese; la riva si abbassa verso il Sile attestando il ruolo di via d'acqua che ancora il fiume aveva. Sullo sfondo a destra appaiono le due statue che delimitavano il sagrato di Santa Margherita, prossimo ad essere chiuso in seguito all'occupazione del monastero da parte degli uffici finanziari dello Stato.
La veduta antica con Santa Margherita a Treviso fu dedicata a Tommaso Condulmer, cavaliere d'onore della Regina d'Italia, in quei primi anni dell'Ottocento Augusta di Baviera, moglie del Viceré d'Italia Eugenio di Beauharnais figlio adottivo di Napoleone.
Il valore artistico è indubbio, molto ben reso dalla tecnica della litografia a due colori. La buona dimensione dei fogli di circa 48 x 31 cm compresi i margini bianchi, la scelta dei punti di vista, la ricchezza e varietà dei personaggi, i dettagli e le sfumature nei palazzi, i giochi di luce e ombre fanno del lavoro del Moro un preciso documento ed una gioia alla vista.
Nello stesso 1851 veniva inaugurata la stazione ferroviaria in stile neoromanico e Marco Moro ci ha lasciato il suo resoconto grafico attraverso quattro disegni pubblicati, sempre in litografia, a Venezia da Giuseppe Kier. Si tratta della veduta della stazione dal piazzale esterno, dal binario del treno, della sala interna e della pianta dell'edificio ferroviario.
Abbastanza comune è l'acciaio di 33 x 24 cm con porta Altinia, per secoli accesso meridionale alla città, divenuta secondaria con l'edificazione della stazione ferroviaria a metà Ottocento e l'apertura del varco di via Roma, in principio chiamato barriera Elisabetta, quindi col Regno d'Italia Vittorio Emanuele.
Della porta, risalente al 1514, è messa in evidenza la struttura massiccia di una costruzione militare che rompe il procedere delle mura coperte e nascoste dalla vegetazione.
Molto più rara è una copia in litografia stampata in Spagna con dimensioni leggermente maggiori intorno al 1872 e titolo tradotto in Puerta Altinia. Deriverebbe dalla Historia del Origen Italico y de la casa de Saboya di José Miguel Canale.
Notevoli sono le cinque litografie che Antonio Provini preparò per Treviso e la sua Provincia di Giovanni Battista Alvise Semenzi, opera edita da Gaetano Longo nel 1864.
Vi sono rappresentate piazza del Duomo; Portello ed Ospitale; Riviera e ponte S. Margherita; S. Nicolò e S. Teonisto; Barriera. La particolarità è insita nell'uso per la prima volta della fotografia quale mezzo per ottenere il disegno iniziale. Le foto sono tutte di Antonio Rech, di cui pochissimo si conosce, tranne quella di piazza Duomo che fu fatta da Giuseppe Ferretto, il quale provvide anche a tutte le altre che riguardano la provincia di Treviso.Il Ferretto, uomo poliedrico, aveva da poco aperto il suo studio di fotografia a Treviso quando fu incaricato del prestigioso lavoro per l'opera del Semenzi, dal quale ottenne una aumentata considerazione che divenne successo acclamato con le fotografie della cerimonia di inaugurazione del monumento a Dante Alighieri per il sesto centenario della nascita, svoltasi a Treviso nel 1865 in un clima apertamente favorevole all'Unità d'Italia, ed ancor più col ritratto che fece a Garibaldi in occasione del suo passaggio a Treviso nel 1867. Il fascino di questa nuova opportunità e la capacità di fermare l'attimo della fotografia dovettero essere irresistibili per il pubblico della metà dell'Ottocento se è vero che saranno sempre più frequenti i connubi tra l'arte della stampa e quella fotografica. Oggi al contrario il giudizio non è così entusiastico in quanto con la fotografia viene meno il ruolo del disegnatore con la sua sensibilità nell'interpretare il soggetto.
Concludiamo questa cavalcata tra gli scorci antichi di Treviso nel XIX secolo con il comune foglio di Le cento città d’Italia, inserto che il giornale “Il Secolo” iniziò a distribuire mensilmente a partire dal 1887 fino al 1902. Il 25 agosto 1888, abbinando la città a Piacenza, fu distribuito il fascicolo con Treviso, contenente una veduta grande (24 x 15 cm) con Barriera Garibaldi e ponte Dante, seguita da una pagina intera con altre nove rappresentazioni, tutte in xilografia su legno di testa, tecnica ideale per le grandi tirature previste per i quotidiani, ottenute da immagini fotografiche commissionate allo studio fotografico Ferretto, all'epoca retto, dopo la morte del fondatore Giuseppe, dai figli Pietro e soprattutto Giovanni Ferretto.
Sono anche presenti tre piccole vedute riguardanti l'Esposizione di frutticoltura, orticoltura, fioricoltura e piccole industrie relative che si sarebbe aperta il 26 agosto di quell'anno nella ampia zona verde della città racchiusa tra le attuali viale Bartolomeo d'Alviano e via Panciera, alla fine dell'Ottocento ancora indivisa, non esistendo via Caccianiga.
Vedute antiche in pianta di Treviso
Le vedute antiche in pianta di Treviso costituiscono di solito il punto di vista oggi più apprezzato, in quanto maggiormente familiare e tale da consentire una più semplice identificazione delle strutture e spazi cittadini. Prima del XIX secolo, tuttavia, Treviso conta unicamente tre raffigurazioni in pianta, fortunatamente varie per dimensioni, caratteristiche e composizione.
La prima pianta antica di Treviso è la sola veramente rara. A riguardo possiamo raccontare un aneddoto. Avendo trovato un esemplare negli anni ottanta, fu proposto ad un collezionista, il quale preferì rimandare l'acquisto perché quell'esemplare era stato colorato, evidentemente da mano ignorante, di rosa. In quegli anni di grande fermento per il collezionismo antiquario c'era la convinzione che prima o poi tutto si sarebbe potuto rinvenire; orbene a quella persona potemmo ritelefonare per proporre un altro esemplare, questa volta privo di scempi, solo più di trent'anni dopo.
Si tratta della pianta di Treviso di Vincenzo Maria Coronelli, raccolta in Viaggi del P. Coronelli del 1697, opera che abbiamo già incontrato in occasione delle vedute antiche della città. La pianta non fu sempre acclusa, da cui dipende la scarsità di esemplari che capita di rinvenire e non è di aiuto il fatto che la si potesse trovare anche nella Repubblica di Venezia in terra ferma del 1708.
Le dimensioni sono di 18 x 13 cm; è strutturata col nord nel basso ed ha come unico scopo la rappresentazione delle mura di Treviso e della rete idrografica cittadina. Nell'interno non vi è alcuna strada, quartiere, edificio; sono segnati con un po' di confusione quattro rami nei quali si organizza il Botteniga una volta attraversate le mura ed entrato in città, con l'aggiunta delle acque che circondano le mura medesime e del Sile che raccoglie tutto, uscendo dall'angolo sinistro. Il corso della Roggia si confonde e perde con il canale Cantarane, che correva dalla chiesa di Santa Agnese verso San Teonisto, mentre quello dei Buranelli è raddoppiato. Si riconoscono il ponte de Pria, ponte Dante, ponte dell'Ospedale lungo riviera Margherita sopra i Buranelli stessi, il ponte di Santa Margherita, quello di San Martino ed un ultimo in contrada San Nicolò. La rappresentazione delle mura con i bastioni contempla l'indicazione delle tre porte, con quelle di San Tommaso e Santi Quaranta sommariamente delineate.
Decisamente più di impatto e decorativa è la veduta antica in pianta di Treviso che Pierre Mortier pubblicò ad Amsterdam nel 1704 raccolta nel primo volume del suo Nouveau Theatre d'Italie.
Anche di quest'opera abbiamo già raccontato nel capitolo sulle stampe antiche seicentesche.Si tratta della sola rappresentazione che abbia una grandezza significativa prima delle produzioni dell'Ottocento, misurando 59 x 42 cm. Inoltre, non si accontenta di mostrare Treviso in pianta, ma la abbina al classico prospetto che discende dal Toeput, reso poco riconoscibile da una fitta quanto improbabile vegetazione che nasconde soprattutto la metà destra della città. Tale prospetto è collocato nell'incisione in alto come una fascia che non arriva a occupare tutto il lato superiore.
La veduta antica in pianta di Treviso mostra con chiarezza la rete idrografica, le vie, le aree edificate da cui si elevano tutti gli edifici ritenuti rilevanti o notori, disegnati a volo d'uccello ed argutamente ruotati in modo da mostrare all'osservatore sempre la facciata. Come esempi si possono segnalare il Duomo o San Nicolò, entrambi orientati verso sud. Tutte le chiese ed i conventi minori sono disegnati più in piccolo, ma ciononostante hanno ugualmente riportato il nome.
In zona via Bressa appare il tratto, in parte ancora oggi visibile, delle mura medievali, mentre due lunghe costruzioni poste a sinistra del Sile prima che entri in città hanno la precisazione “Lazareto”: viene immediata l'associazione con le due costruzioni che Hoefnagel colloca accanto al Terraglio, senza specificare di cosa si tratti; qui vengono spostate in posizione diversa ed errata, ma si precisa l'utilità.
Al pari dell'incisione col prospetto della città del Mortier del quale si è raccontato nel capitolo “Le Civitates e le vedute antiche di Treviso seicentesche”, anche questa pianta antica di Treviso conobbe una seconda edizione nell'opera curata da Rutgert Christoffel Alberts e stampata nel 1724 a l'Aja.
Il legame tra il prospetto e la pianta è stretto, in quanto sono sempre collocate consecutive una all'altra, con prima la pianta. La scelta potrebbe non essere casuale. In effetti, se consideriamo il lavoro del Coronelli, precedentemente descritto, come una illustrazione delle fortificazioni e mura di Treviso, se consideriamo il suo piccolo formato e l'indubbia minore diffusione, la pianta antica di Treviso del Mortier costituisce la prima rappresentazione in assoluto che rompa il dominio del disegno del Toeput visto con gli occhi dell'Hoefnagel. L'aggiunta in alto, all'interno della stampa con la pianta, di un prospetto poteva non essere ritenuto sufficiente, tanto da voler mantenere una seconda incisione esplicitamente derivata dal modello delle Civitates, quasi ad indicare un “nuovo” ed un “vecchio”, un “dopo” ed un “prima”.
Di più piccolo formato, misurando 25 x 19 cm, è la veduta antica in pianta di Treviso edita a Venezia da Giambattista Albrizzi nel 1753 all'interno del XX volume di Lo Stato presente di tutti i Paesi, e Popoli del Mondo naturale, politico, e morale, collana di cui abbiamo già scritto in precedenza.
Si tratta in assoluto della più celebre e ricercata tra tutte le stampe antiche di Treviso.Concettualmente è simile all'acquaforte che abbiamo appena descritto, in quanto ne ricalca l'idea di ruotare gli edifici a favore di osservatore, ma ora tutto il tessuto urbano è disegnato con un articolato, fantasioso, eterogeneo profluvio di casette in un magnifico volo d'uccello che dà la netta sensazione di vedere la città integralmente in ogni suo angolo. Purtroppo si tratta di una invenzione scenica e non di un meticoloso studio di tutti i palazzi, le chiese, gli orti della città, come testimonia, ad esempio, l'assenza della Loggia dei Cavalieri, troppo importante per essere scordata.
Come per la stampa antica con i quattro edifici di Treviso di cui abbiamo raccontato nella precedente sezione dedicata agli “Scorci antichi di Treviso”, anche questa pianta fu copiata, in un formato lievemente minore di 21,5 x 16,5 cm circa, nel plagio napoletano edito da Mazzola nel 1759.
Oltre che per una più scadente qualità della carta adoperata, oltre che per la inferiore abilità incisoria evidente non solo nel disegno del tessuto urbano, ma anche nella scritta del titolo, la pianta antica di Treviso edita a Napoli riporta l'indicazione “Tom. XX” del volume di appartenenza a sinistra e non a destra del margine superiore.
Come già scelto nel descrivere gli scorci ottocenteschi di Treviso, anche per le vedute in pianta del XIX secolo faremo una selezione, puntando a quegli esemplari più rilevanti non solo per importanza storica, ma soprattutto perché possibili da rinvenire nel mercato antiquario. Pertanto, ci si perdoni se ignoreremo, ad esempio, il lavoro del Lasinio di cui abbiamo avuto modo di vedere un unico esemplare molti anni addietro in una casa privata, assai mal ridotto, ci dissero a causa delle bombe del 7 aprile 1944.
Rara, ma non introvabile, è la “Pianta della Regia città di Treviso” disegnata, incisa e pubblicata da Bernardo Salomoni (1764 ca. – 1840 ca.) nel 1824.
Si tratta di un grande foglio sciolto di 91 x 65 cm che mostra la città con una precisione ed un rigore scientifico che non cede il passo a nessun lavoro contemporaneo. Il dettaglio è tale da potersi vedere gli archi dei porticati, i mulini nei corsi d'acqua, le colonne nelle chiese. Si tratta di una pianta topografica moderna dove non appaiono fantasiosi alzati di edifici, non vi sono carri che percorrono il Terraglio, nessun personaggio ammira la città. Unica concessione all'estro estetico è la scena agreste col titolo iscritto in un marmo presentato dall'allegoria di Treviso a cui fa da contraltare una mucca.Malgrado sia stata pubblicata nel 1824, questa fondamentale veduta antica in pianta descrive una Treviso napoleonica, avendo quale base un disegno manoscritto della mappa catastale della città del 1811 a cui lo stesso Salomoni aveva collaborato.
Due anni dopo la prima edizione, ne apparve una seconda nella quale sono riportate le variazioni intervenute in città dopo il 1811. In effetti, con la caduta di Napoleone e l'ingresso degli Austriaci nel novembre del 1813, Treviso conobbe una cancellazione della toponomastica introdotta dai Francesi, leggibile nella prima edizione del 1824, ed anche mutamenti con costruzioni e demolizioni. È proprio una di queste che permette una rapida determinazione se si stia guardando un foglio della prima o della seconda edizione del 1826: palazzo Bressa così visibile in tante vedute antiche di Treviso fu definitivamente cancellato proprio alla fine di quell'anno per far posto ad uno spazio bianco che diverrà piazza Vittoria.
Alcuni anni fa ci è capitato tra le mani un esemplare della pianta antica di Treviso del Salomoni che abbiamo mal attentamente osservato, considerandolo un normale esemplare della tiratura del 1826 perché privo di palazzo Bressa. Solo in un secondo momento siamo stati richiamati dall'acquirente, collezionista attento, per uno studio più preciso, avendo oltretutto tra le mani sia un foglio del 1824, che uno del 1826. Si è così potuto notare tutta una serie di interventi che collocavano questo esemplare nel mezzo tra i due, essendo probabilmente una tiratura di prova, ennesima dimostrazione di come lo studio sulle vedute e piante antiche a stampa della città non possa mai considerarsi concluso.
Abbiamo già accennato ad Antonio Nani e alla sua raccolta XXXIII vedute principali della R. Città di Treviso del 1846. Non abbiamo detto che la prima veduta è una pianta antica di Treviso di dimensione 15 x 12 cm nella cui semplicità appare non copia di altri lavori, ma corretta raffigurazione dello sviluppo urbano della città entro le sue mura, completata dall'elenco delle cinque Parrocchie, 14 chiese e 7 luoghi pubblici notevoli, tra i quali curiosi sono la “fabbrica terraglie”, ossia la manifattura Fontebasso, che si trovava in zona via Teatro Dolfin, o la “raffineria dello zucchero”, tra i primi stabilimenti industriali moderni fondato dal Vittorelli presso l'ex convento della chiesa di Sant'Agnese, oggi sede del Besta.
Di ben maggiore grandezza, essendo 57 x 42 cm, è la indubbiamente rara antica veduta in pianta di Treviso dell'artista ed intagliatore Marco Moro inserita nella seconda edizione di Treviso e la sua Provincia figurato in 24 Vedute Litografiche, opera edita a Venezia da Giovanni Brizeghel nel 1853 di cui abbiamo già detto nel capitolo sugli “Scorci antichi di Treviso”.
L'incisione è arricchita da 56 rimandi dei luoghi più rimarchevoli ed è dedicata in caratteri cubitali a Francesco Bomben, deputato provinciale ed ingegnere municipale.
La bibliografia segnala l'esistenza di una seconda edizione di questa veduta in pianta di Treviso del Moro con alcune variazioni nella toponomastica e negli edifici, databile al 1866 e dedicata ad Antonio Caccianiga.
Bibliografia delle vedute, scorci e piante antiche di Treviso
Se siete giunti a leggere fino a qui significa che l'argomento è di vostro interesse, pertanto potete consultare la pagina del nostro sito dedicata alle stampe antiche del Triveneto per vedere quali stampe antiche di Treviso si abbiano a disposizione in questo momento.
Se, invece, volete approfondire ulteriormente l'argomento, vi suggeriamo alcuni testi specifici dei quali ci siamo avvalsi nella stesura di queste righe, amalgamandoli all'esperienza diretta.
Limitato alle sole piante napoleoniche di Treviso, quindi a quella del Lasinio e del Salomoni, ma ancora oggi impareggiabile per il dettagliato e capillare studio della toponomastica e topografia degli anni 1796 – 1826 è il libro di 40 pagine di Giovanni Netto “Le piante di Treviso dell'età napoleonica”, pubblicato da Canova nel 1975. Se abitate dentro le mura e volete vedere quando la vostra casa sia stata edificata o come fosse più di due secoli fa, questo testo è la scelta migliore.
Nel 1976 il Lions Club allestiva la mostra “Treviso nell'iconografia antica e moderna” presso Ca' da Noal a cura di Giampiero Bozzolato. Il corposo catalogo di più di 100 pagine, dalla copertina verde, è stato per tantissimi anni il riferimento sulle stampe antiche, le carte geografiche, i disegni di Treviso. Il “Bozzolato” è figlio del suo tempo, quando le ricerche si facevano andando in treno direttamente nelle biblioteche a verificare il materiale, senza avere computer o siti di biblioteche remote che permettono di visionare le scansioni dei libri da loro custoditi, pertanto è superato in alcune informazioni e conoscenze, ma rimane interessante per la grande quantità di immagini, soprattutto di disegni ed acquarelli, poi non più considerati.
Fino al 1991 il “Bozzolato” restò indiscusso riferimento, ma in novembre apparve “Trivigi Metropoli Della Marca” (titolo preso dalla stampa antica di Treviso del Varea) “1486-1864: alla scoperta di una città”, libro curato da Luisa Tiveron e pubblicato da Teorema. Si tratta di 150 pagine che non devono mancare in biblioteca in quanto, pur descrivendo un numero parziale tra vedute, scorci e piante della città (32 in tutto, con le più interessanti tra le antiche tutte presenti), fornisce informazioni dettagliate e discorsive piacevolissime ed interessantissime da leggere, abbinandole ad una catalogazione scientifica di ogni singola stampa antica. È forse il testo che maggiormente abbiamo consultato negli anni, aggiungendo nel tempo appunti personali con approfondimenti e precisazioni.
Se non si trovasse in commercio, ne abbiamo alcuni esemplari disponibili.
L'anno seguente fu l'ora di “Treviso illustrata. La città e il territorio in piante e vedute dal XV al XX secolo” di Toni Basso, stampato da Editoriale Programma. È un vero libro di oltre 200 pagine che descrive le stampe antiche di Treviso e della sua provincia, per un totale di 161 schede, accompagnando ciascuna a un breve testo nel quale è sempre presente una nota particolare o una considerazione chiaramente frutto di una completa e minuziosa conoscenza e studio della città; non a caso Basso è stato tra i fondatori della Società Iconografica Trevigiana. Di grande rilevanza è anche tutta la parte introduttiva che in 40 pagine descrive quanto nelle schede si andrà visualizzando, sempre dando la precedenza alla storia degli angoli cittadini mostrati, più che a quella dell'opera che ne contiene le stampe antiche.
Sarà necessario attendere ancora parecchi anni prima che si abbia la pubblicazione di un nuovo libro. Nel 2008 sarà stampato il primo volume di “Carte di una città e del suo territorio. Treviso Vedute e Cartografia dal XV al XIX secolo” di Anna Zanini e Luisa Tiveron, edizione Terra Ferma, dedicato alle vedute, scorci e piante di Treviso. Due anni dopo apparirà il secondo volume con le carte geografiche e gli apparati.
Al momento attuale questo è il libro più completo che esista con le sue 230 pagine con 186 schede complessive. È un libro imprescindibile che ha lo stesso rigore nelle schede che era stato utilizzato nel 1991 dalla Tiveron nel suo “Trivigi Metropoli Della Marca”; è carente nella descrizione discorsiva, presente occasionalmente nelle “Note”, delle stampe antiche presentate, divenendo un libro più per addetti ai lavori che per collezionisti neofiti, salvo non lo si abbini al libro di Toni Basso in un ottimo connubio.
Nello stesso 2008 Fondazione Benetton acquisiva integralmente la trentennale collezione di Vianello Bote potendo tre anni dopo organizzare una mostra intitolata “Atlante Trevigiano” presso la propria sede nei palazzi Bomben e Caotorta. Era dal 1976 con la mostra del Lions Club a Ca' da Noal che in città non veniva organizzata una esposizione focalizzata sul materiale cartaceo a stampa, sia cartografico che di vedutistica, di Treviso.
Non propriamente come catalogo di ogni pezzo in mostra, ma più come presentazione della stessa e racconto complessivo del materiale esposto al pubblico, fu pubblicato “Atlante Trevigiano. Cartografie e iconografie di città e territorio dal XV al XX secolo” a cura di Massimo Rossi, Fondazione Benetton Studi e Ricerche, 100 pagine edite da Antiga.
Il taglio è quello del ricercatore, non del collezionista, come fino ad ora era quasi sempre stato, opportunamente critico nei confronti di taluni aspetti commerciali e collezionistici, molto dettagliato negli approfondimenti, finalmente attento al retro delle stampe antiche con i loro testi, ma non interessato ad una ricerca minuziosa di ogni singola immagine o variante come possiamo riscontrare, ad esempio, nell'opera delle Zanini/Tiveron.
Al 2026 questa è l'ultima esperienza vissuta da Treviso.
Sarà molto improbabile che nel prossimo futuro possa apparire un testo che ampli il lavoro Zanini/Tiveron, fors'anche negli aspetti di descrizione e altrettanto improbabile che possa essere organizzata una nuova mostra; il clima culturale è orientato verso altri interessi e la veduta, lo scorcio, la pianta antica di Treviso non suscitano più quella curiosità che negli anni Settanta, Ottanta, Novanta destavano.
Speriamo che questa pagina possa un po' mutare la tendenza.





























